Relazioni interraziali nella Libia coloniale. Lacune nella letteratura accademica e nella memoria pubblica

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di Andrea Tarchi, Euromix ricercatore PhD, 14 gennaio 2019

Il generale Graziani guida una colonna militare nell’oasi di Cufra durante le ultime fasi della pacificazione della Cirenaica (1931, autore anonimo).

Il 17 maggio 1932, durante le fasi finali della “pacificazione” della resistenza libica al dominio coloniale italiano, il generale Rodolfo Graziani inviò una circolare per il rimpatrio di quattro soldati italiani dalla sua sede del vice-governatore della Cirenaica [uno delle tre divisioni amministrative della Libia moderna, a fianco di Tripolitania e Fezzan] a Bengasi. Nello stesso documento, il generale affronta anche un problema che a quanto pare considerava di estrema importanza:

“Questo ‘mabruchismo’ [rapporti di concubinato tra uomini italiani e donne libiche, dall’espressione araba per indicare il termine donna, mabrukah] è una delle piaghe che hanno infestato la colonia. Ci sono ancora alcune tracce di esso, o meglio ancora qualche nostalgia di esso, tuttavia ho intenzione di sradicarlo completamente. Questo perché, al di là delle considerazioni politiche (mi riferisco a tutte le speculazioni che il mondo indigeno ama fare riguardo al nostro rapporto con le loro donne), l’unico aspetto disciplinare è sufficiente per condannarlo e deprecarlo.”

Circolare 2935, 17 maggio 1932 [1]

Uno dei principali artefici delle politiche coloniali del fascismo in Cirenaica e Tripolitania, il generale Rodolfo Graziani fu senza dubbio l’uomo più fidato di Mussolini nella gestione militare delle colonie italiane. Soprannominato “il macellaio del Fezzan” a causa del suo uso della violenza nella repressione della resistenza libica, Graziani incarnava perfettamente il paradigma politico totalitario del fascismo, poiché credeva profondamente nelle strutture gerarchiche del potere del governo fascista imponendo le relative direttive in maniera spietata. Ciò che sembra così rilevante in questo breve estratto della circolare è quindi il livello di preoccupazione che una personalità così importante nella storia del colonialismo fascista attribuisca al fenomeno delle relazioni sessuali miste all’interno delle colonie libiche.

Ma quale era la reale rilevanza del fenomeno delle relazioni “miste” all’interno del mondo coloniale? Perché è così importante studiarne il ruolo all’interno del contesto libico? Questo blog cerca di rispondere a queste domande, sottolineando le ragioni che mi hanno portato ad iniziare una ricerca su questo argomento e le speranze che ho riguardo all’impatto che tale studio potrebbe avere sul mondo accademico e sul dibattito pubblico italiano relativo alla sua storia coloniale.

Gestione della sessualità interrazziale nella letteratura accademica

Lungi dall’essere un caso isolato, la gestione della sessualità nelle colonie è sempre stata uno dei principali punti di preoccupazione per le élite coloniali europee in diverse parti del mondo. La sessualità è infatti riconosciuta come il campo fondamentale in cui le differenze di genere, razza e classe sono state costruite nell’economia politica coloniale, mentre le coppie “miste” possono essere descritte come il fenomeno che confonde tali categorie, rendendo così evidente la loro costruzione. I numerosi esempi di ricerca che sono stati condotti in particolare sui contesti coloniali olandesi (Locher-Scholten[2], Stoler[3]), britannici (Levine[4]) e francesi (Taraud[5]) sul ruolo della gestione della sessualità e delle relazioni “mister”, hanno mostrato empiricamente tali fondamentali legami tra la creazione di gerarchie sociali nel nostro mondo contemporaneo e la produzione di categorie coloniali.

La rilevanza data alla regolamentazione della sessualità e delle relazioni “miste” nel contesto coloniale sembra essere riconosciuta anche dalla storiografia sul colonialismo italiano. I lavori di Sorgoni (1996[6]), Barrera (2002[7]) e in minor misura di Ponzanesi (2012[8]), incentrati sulle relazioni interrazziali nella colonia Eritrea, rappresentano importanti contributi al campo accademico in questione. Tuttavia, non vi è alcuna analisi simile fatta per le colonie libiche, le quali sembrano essere state per lo più ignorate dalla letteratura accademica in questo riguardo. Studiosi  impegnati nel campo del meticciato nelle colonie hanno suggerito che “nelle colonie libiche, apparentemente – come testimoniano i silenzi di archivi, istituzioni e osservatori contemporanei – non c’era un’ansia consistente e diffusa riguardo alle relazioni interraziali come in Eritrea e poi in Etiopia” (Spadaro 2013, 31[9]). Tuttavia, la creazione stessa di un termine specifico per il tipo di concubinato tipico delle colonie libiche (‘mabruchismo’) indica l’innegabile presenza diffusa del fenomeno. Inoltre, i forti sentimenti verso la sessualità interrazziale di un uomo come Graziani sicuramente trasmettono la presenza di almeno qualche forma di ansia da parte delle classi dominanti coloniali, un’ansia che sicuramente portò a forme di regolamentazione del fenomeno.

Coppie miste in Libia e l’identità nazionale italiana

Oltre alle già evidenti lacune nella tradizione accademica, appare necessario condurre un’approfondita ricerca sulla gestione della sessualità e delle coppie “miste” nel contesto libico per diversi altri importanti motivi. Prima di tutto, è importante analizzare come la sessualità fu gestita nella colonia al fine di svelare l’intreccio tra la costruzione di categorie coloniali e le relazioni tra la colonia e la metropoli. Questo tipo di analisi è stato condotto per le colonie italiane del Corno d’Africa, ma non per la Libia, il che implica la mancanza di un tassello fondamentale nell’analisi dell’eredità coloniale della società italiana moderna. Un’analisi della gestione delle relazioni “miste” in Libia, una che sia capace di collegarsi sia alle persone coinvolte in esse sia al modo in cui erano rappresentate nel discorso pubblico, potrebbe dare una prospettiva interdisciplinare sulla storia della dominazione italiana sul territori libici.Inoltre, scoprendo tale tessitura, sarebbe possibile aggiungere un’altra prospettiva al ruolo che la regolamentazione delle relazioni interraziali ha giocato nella costruzione di un ideale di bianchezza italiana, collegandolo ai contesti eritrei ed etiopi già studiati. Infatti, quando l’Italia invase la Libia nel 1911, l’identificazione della nazione italiana con una specifica razza si impadronì dell’immaginario collettivo in modo definitivo. Le differenze razzializzate tra il Nord e il Sud Italia che avevano afflitto la nazione Italiana durante i primi decenni della sua esistenza furono sedate sotto la politica repressiva e centralizzante dello Stato unitario. Re (2010, 10[10]) definì la guerra libica un “punto di svolta” per l’affermazione dell’identità nazionale italiana come bianca e moderna, poiché riuscì a rappresentare la prima impresa coloniale come un’espansione demografica, quasi proletaria. Poiché le élite politiche italiane stavano inquadrando l’impresa coloniale in Libia come tale, è difficile non vedere le ripercussioni che la gestione della sessualità e del meticciato in tale contesto avrebbe sull’idea stessa di un’identità nazionale italiana. In definitiva, la formazione dell’identità nazionale italiana poggiava sulla costruzione di soggetti dominanti che si conformavano a standard forgiati secondo ideali di mascolinità, bianchezza e modernità. Tralasciare il ruolo che la gestione delle colonie libiche ebbe in tale processo non può che rappresentare un’analisi incompleta delle radici coloniali dell’identità nazionale italiana, un’incompletezza che ancora risuona nella società italiana contemporanea.

La colonizzazione della Libia nella memoria pubblica italiana

Considerazioni teoriche a parte, una ricerca sulla gestione della sessualità e del meticciato nella Libia coloniale potrebbe avere ripercussioni sulla memoria collettiva di quei trent’anni di dominazione coloniale, così relativamente breve ma anche così rilevante. La Libia era spesso rappresentata come una colonia italiana “bianca”, dove il pugno di ferro del fascismo era riuscito a creare una società segregata e una colonizzazione demografica destinata a contrastare la “grande vergogna” dell’emigrazione italiana verso paesi più “bianchi” quali gli USA. Non sorprende quindi che l’ex-colonia conservi ancora questo tipo di rappresentazione nella memoria collettiva italiana. Una rapida ricerca su Internet rivela che gli “italo-libici” sono ancora considerati quegli italiani che si stabilirono nella colonia dopo la sua pacificazione e riuscirono a vivere lì fino a quando Gheddafi li rimandò nella penisola come rappresaglia per il passato coloniale[11]. Questo occultamento del meticciato e delle relazioni “miste” nel contesto libico, il quale trova le sue radici negli anni della pulizia razziale fascista, può essere spiegato da un bisogno politicamente contingente di rappresentare la colonia italiana come impermeabile alla “mescolanza” razziale. Questa rappresentazione della Libia coloniale è ancora forte nell’immaginario degli italiani, i quali considerano spesso l’era coloniale come un evento marginale nella storia della nazione italiana. La creazione di un’idea della nazione italiana forte e monolitica attraverso il doloroso processo dell’Unità d’Italia, che è ancora viva e vegeta nel discorso pubblico italiano, non è compatibile con i processi di “miscelazione” razziale e ibridazione culturale tipici di qualsiasi impresa coloniale. Le relazioni “miste” sembrano quindi essere cancellate dalle rappresentazioni dominanti della società coloniale libica, risultando in una realtà fittizia in cui la promiscuità culturale e sociale inerente a qualsiasi ambiente coloniale non è nemmeno presa in considerazione. La Libia coloniale è ancora rappresentata come una società fissa, ordinata e compartimentalizzata, rappresentazione che non potrebbe essere più lontana dalla realtà della vita coloniale, dove coloni e nativi, sfidando i tentativi delle élite coloniali di definire sistemi gerarchici di certezza, si mescolavano e vivevano insieme, si sposavano e avevano figli.Per questi motivi, la sessualità e il meticciato in Libia sono sicuramente campi di ricerca estremamente rilevanti, poco studiati e che dovrebbero essere affrontati in modo estensivo. Cercherò di raccogliere storie personali di “coppie miste” e “bambini misti”, storie di prostituzione, concubinato e tentativi di regolare tali fenomeni nel contesto coloniale libico. L’ambizioso obiettivo della ricerca è di rappresentare una realtà sociale complessa e di capire gli effetti che la regolamentazione delle coppie “miste” ha avuto sulla formazione delle categorie sociali nel contesto italiano contemporaneo. La mia speranza è che un giorno, anche grazie alla mia ricerca, il riconoscimento del ruolo che le coppie “miste” ha giocato nella definizione dell’idea della nazione italiana sarà pienamente riconosciuto.

[1] Archivio Centrale dello Stato. Collezione “Rodolfo Graziani”, busta 11.

[2] Locher-Scholten, Elsbeth. Monogamous Marriage and Female Citizenship in the Dutch East Indies 1898-1938. In F. Dieteren & M. Grever, “En vaderland voor vrouwen.” Leeuwarden, Stichting Beheer, 2000.

[3] Stoler, Ann Laura. Carnal knowledge and imperial power: Race and the intimate in colonial rule. University of California Press. 2002

[4] Levine, Philippa. Gender and Empire. Oxford University Press, 2004.

[5] Taraud, Christelle. La prostitution coloniale: Algérie, Tunisie, Maroc (1830-1962). Paris: Payot, 2003.

[6] Sòrgoni, Barbara. Parole e corpi: antropologia, discorso giuridico e politiche sessuali interrazziali nella colonia Eritrea: 1890-1941. Napoli, Edizioni scientifiche Italiane, 1998.

[7] Barrera, Giulia. “Colonial Affairs: Italian Men, Eritrean Women, and the Construction of Racial Hierarchies in Colonial Eritrea (1885-1941).” PhD diss., Northwestern University (Evansville, Ill.), 2002.

[8] Ponzanesi, S. 2012. ‘The Color of Love. Madamismo and Inter-racial Relationships in the Italian Colonies.’ Research in African Literatures, 43(2), pp. 155-172.

[9] Spadaro, Barbara. Una colonia italiana. Incontri, memorie e rappresentazioni tra Italia e Libia. Firenze, Le Monnier, 2013.

[10] Re, Lucia. “Italians and the Invention of Race: The Poetics and Politics of Difference in the Struggle over Libya, 1890-1913.” California Italian Studies 1, no. 1 (2010).

[11] Ricercando su google “italo-libici”, è possibile notare che l’intera prima pagina di risultati si rivolge ai coloni italiani in Libia che sono stati costretti a migrare di nuovo in Italia dopo il sequestro di potere di Gheddafi. Vedi qui e qui.

 

 

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